Sclera umana liofilizzata negli interventi di oftamochirurgia plastica e ricostruttiva – Contributo istologico

autori:

M.Lega*
– L.Fusi**
A.Santella*** – G.Actis*
Ospedale Oftalmico – Torino
Divisione di Oculistica*
(Primario: Prof. A.Vannini)
Ospedale Mauriziano Umberto I – Torino
Divisione di Oculistica**
(Primario: Dott. G. Gandiglio)
Ospedale Oftalmico – Torino
Divisione di Oftalmologia**
(Primario: Prof. I.Faraldi)

pubblicato: Min. Oftal. 28. 1986

Riassunto
Gli Autori presentano i risultati istologici con innesti di cartilagine auricolari e sclera, liofilizzata in interventi di oftalmochirurgia plastica.
Istologicamente tali strutture sono risultate ben integrate con i tessuti circostanti alla osservazione con microscopio ottico. La sclera risulta pertanto una struttura da utilizzare a scopi oftalmoplastici ricostruttivi.

Parole chiave
Sclera umana liofilizzata.

Negli interventi di oftalmochirurgia plastica e ricostruttiva è spesso necessario sostituire completamente, oppure rinforzare, strutture anatomiche che siano andate perdute o si siano deteriorate in seguito a processi patologici di varia natura. In tali casi preferiamo ricorrere a innesti, per quanto possibile autologhi o omologhi, mentre preferiamo evitare l’uso di materiali eterologhi o di sostanze sintetiche. Nel caso delle ricostruzioni palpebrali dopo escissione di neoformazioni è spesso necessario ricostruire in parte od in toto le strutture tarso congiuntivali. In tali casi, come è stato dimostrato, è preferibile utilizzare la cartilagine auricolare autologa. Utilizziamo invece di preferenza la sclera umana liofilizzata quale complemento nella correzione chirurgica dell’entropion e dell’ectropion senile: in tali casi si tratta di rinforzare la struttura tarsale indebolita con un innesto pre-tarsale di sclera. Anche nei casi di trichiasi è possibile utilizzare la sclera quale rinforzo tarsale.
Ulteriori possibili utilizzazioni della sclera umana liofilizzata, sono possibili in casi di ampliamento della cavità anoftalmica contratta, nella correzione delle retrazioni palpebrali, superiore ed inferiore (soprattutto nel caso di esoftalmo tiroideo). Abbiamo pure impiegato con successo la sclera umana liofilizzata a livello bulbare in casi di scleromalacia localizzata.
Utilizzando la sclera umana liofilizzata a scopo di innesto libero abbiamo sempre ottenuto buoni risultati funzionali ed estetici con scarsa reazione flogistica postoperatoria, in quanto la sclera umana liofilizzata viene ottimamente tollerata dai tessuti in cui è innestata. Si tratta infatti di introdurre un’impalcatura connettivale che verrà gradualmente abitata da cellule connettivali autoctone, rimaneggiata ed in parte riassorbita, ma che costituisce una struttura stabile e valida. Abbiamo avuto occasione di prelevare in tre pazienti dei frammenti di sclera innestati alcuni mesi prima e abbiamo quindi eseguito un esame istologico per accertare come tale struttura venga ad integrarsi nei tessuti circostanti.

Nelle figure 1 e 2 si osserva materiale fibrillare referibile a connettivo sclerale comprendente rare cellule, in parte fusate, riferibili ad elementi stromali. Alla sua periferia si osserva tessuto fibroso in parte addensato, vascolarizzato e blandamente infiltrato da elementi reattivi cronici.
La blanda reazione dei tessuti del ricevente che si osserva nell’esame istologico dei tessuti del ricevente, non è una reazione di rigetto, ed è del tutto analoga a quella che riscontriamo nei casi di innesti  di cartilagine autologa. Possiamo quindi utilizzare la sclera umana omologa liofilizzata come una struttura ch possiamo utilizzare senza esitazione a scopi ricostruttivi nei casi in cui si debba limitare la durata dell’intervento o nei casi in cui la cartilagine autologa non sia utilizzabile. Poiché
spesso non è agevole ottenere una sufficiente fornitura di sclera umana liofilizzata, ricordiamo che si può conservare la sclera umana prelevata dal cadavere, durante il prelievo dei bulbi oculari a scopo di trapianto corneale, per un periodo massimo di una settimana con il liquido di Mc Carey Kaufmann (miscela di medium 199 e di una soluzione di destrano al 10% con osmolarità di 290 mOsm, a pH 7,4) conservato in frigorifero a temperatura di 4°. Per conservazioni più lunghe ( 2-3 mesi) si può immergere il prelievo in soluzione fisiologica pari al 70% del volume e di alcool assoluto pari al 30%. In tale caso il tessuto sarà del tutto privo di cellule viventi, come se fosse liofilizzato. Al momento della utilizzazione deve essere immerso in soluzione fisiologica almeno 24 ore prima dell’intervento, cambiando di frequente la soluzione stessa.

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Indirizzo degli Autori: L.Fusi – via Lamarmora, 38 – 10128 Torino.